Vibo. Azzerato il pool che lottò contro le cosche
Il trasferimento del pm Marisa Manzini segue a quelli già effettuati negli anni precedenti nell'ambito della polizia giudiziaria: Ruperti e Zampaglione
Nessuna indicazione sul nuovo magistrato della Dda che dovrà continuare a seguire le inchieste aperte
di Nicola Lopreiato
Il giorno in cui il sostituto procuratore della Distrettuale antimafia Marisa Manzini è uscito dal palazzo di Giustizia di Vibo Valentia, per trasferirsi alla Procura generale di Catanzaro, ai giornalisti che le chiedevano se portasse dietro qualche rammarico, ha risposto con garbo, ma con parole che non possono non far riflettere: «Sì, non aver avuto il tempo di portare a termine tutto il lavoro fino qui avviato...». A conti fatti non sono sicuramente pochi i faldoni all'interno della stanza che il magistrato antimafia ha occupato per sei anni alla Procura distrettuale. Un lavoro intenso, costruito pezzo su pezzo, con migliaia di informative arrivate dagli organi di polizia giudiziaria, fiumi di intercettazioni, verbali, dichiarazioni di testimoni e collaboratori di giustizia. E fra i faldoni delle inchieste antimafia non ci sono in evidenza solo quelli come Dinasty Affari di famiglia, Odissea, Nuova Alba e Rima, tanto per citare i più pesanti colpi assestati alle cosche della 'ndrangheta, ma moltissime altre indagini che aspettano di essere chiuse e che, invece, difficilmente in tempi brevi potranno essere concluse. Ci sono in particolare da approfondire gli stretti legami tra mafia, politica e mondo imprenditoriale, indizi forti saltati fuori da una serie di intercettazioni nelle inchieste di mafia e sulle quali fino oggi la macchina investigativa non è stata nelle condizioni di poter affondare i colpi.
Con l'uscita di scena di Marisa Manzini, di fatto, il gruppo che diede l'assalto ai Mancuso di Limbadi, ai La Rosa di Tropea, ai Lo Bianco-Barba di Vibo, ai Fiarè di San Gregorio, e ai Bonavota di Sant'Onofrio, ovvero il pool di investigatori antimafia che si era venuto a formare a cominciare dal 2000, è stato definitivamente smantellato. Prima del magistrato avevano gettato la spugna, per un motivo o per un altro, dirigenti della Mobile come Rodolfo Ruperti e il suo vice Fabio Zampaglione, e dopo di loro anche il comandante del Nucleo operativo, dei carabinieri Marco Montemagno.
Gente che ha lavorato sodo attorno al fenomeno mafia, convinta più di ogni altro, che tutti gli affari illeciti in questo territorio rientrano nella maggior parte dei casi sotto il controllo di capi e gregari delle cosche.
Il vice questore Rodolfo Ruperti era arrivato alla guida della Mobile di Vibo nell'agosto del 2000, è andato via lo stesso mese del 2007. Ma prima di lui aveva fatto le valigie il suo vice Fabio Zampaglione. A distanza di qualche anno la stessa strada l'ha seguita il tenente dei carabinieri Marco Montemagno, fortemente impegnato in azioni di polizia giudiziaria con la Procura distrettuale.
Il clima che oggi si respira è quello della resa su tutti i fronti. Tra la gente, gli onesti, coloro i quali vedevano nel magistrato Manzini e nei suoi uomini il maggiore riferimento nella lotta alle cosche, c'è sconforto. Il ministro dell'Interno Roberto Maroni annuncia risultati eccellenti nella lotta alla mafia in tante altre parti d'Italia. In questo territorio, invece, l'impressione che si coglie è che lo Stato abbia deciso di battere in ritirata e di continuare a lasciare indisturbate le cosche, ma nello stesso tempo di evitare di mettere mano in quello sconfinato terreno che viene da decenni denominato "zona grigia" e dentro il quale mafia, politica e gran parte del mondo imprenditoriale continuano ad andare a braccetto.
da La Gazzetta del Sud (11 ottobre 2009)
da La Gazzetta del Sud (11 ottobre 2009)







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